Come si fanno le cose, secondo Antonio Bortoluzzi

È difficile, nella narrativa che cerca di raccontare l’Italia del Ventunesimo secolo, trovare le parole che ne descrivano le contraddizioni senza cadere nelle banalità. Svuotato del suo panorama industriale, talvolta brutale e solitario, il nostro è anche il tempo delle meraviglie digitali, del benessere prodotto dalla globalizzazione. È il tempo del lavoro manuale che non c’è ma anche di un edonismo che ha raggiunto tutti gli strati della società: un meccanico o un elettricista va al ristorante il sabato e in Grecia per le vacanze mentre una volta stava a casa, gli anziani non giocano a bocce ma con lo smartphone stanno su Facebook a commentare (improvvidamente) notizie e fake news. Tanto di più si può apprezzare la scrittura ironica e dolceamara di un bravo autore veneto, Antonio G. Bortoluzzi, che in “Come si fanno le cose” (Marsilio) evita i toni apocalittici, la facile epica del disastro industriale, anche quando racconta proprio questo: il disastro industriale.
 
La storia di Bortoluzzi è semplice, si riassume in poche parole: siamo nel bellunese, in questi anni, Valentino e Massimo, lavoratori presso l’officina del reparto manutenzioni della Filati Dolomiti, azienda tessile della immaginaria zona industriale di Piana, vivono una vita priva di orizzonti, quando viene loro in mente il grande piano: svaligiare un capannone attiguo alla fabbrica, rimasto vuoto di macchinari e impianti, che la Filati Dolomiti, in crisi, affitta a un’azienda orafa. Un gran furto, una scossa di vita. “Massimo pensa a quello che dovrà fare con Valentino a fine turno e è come un’iniezione di adrenalina che tiene svegli il cuore e la mente”. Il fatto è che tra i due stabili l’unico collegamento che non è stato sigillato e che consente il colpo grosso è rappresentato da una fognatura. Sì, proprio quella. Un “cunicolo merdoso” come sintetizza efficacemente Valentino. Nel quale calarsi, fino al collo e purtroppo oltre, con tanto di muta, per andare a prendere i gioielli con cui cambiare tutto. Le scene dell’immersione sono esilaranti, l’evasione è doppia: prima c’è il furto, fonte di irresistibile buonumore (e come dice la responsabile narrativa italiana di Marsilio Chiara Valerio, “chi non vorrebbe organizzare una rapina?”).
 
Poi c’è la vita che si intravede dopo il furto: comprare un agriturismo, tenere l’orto, andare a pesca di gamberi di torrente, magari avere qualche ragazza occasionale, insomma un ritorno alla natura nel pieno senso della parola. Ma anche una cosa che adesso, nell’Alpago di Antonio Bortoluzzi come nel vicino Cadore che cerca una riconversione dopo la crisi settore ottico, sembra improvvisamente più vicina, più appetibile, più a portata di mano. Chi negli anni Settanta sognava gli elettrodomestici e i consumi delle classi abbienti, spesso oggi sogna di fare marmellate o di tenere una stalla: qui Bortoluzzi intercetta un desiderio contemporaneo. D’altra parte, come recita la citazione in esergo da Primo Levi, per avere una buona vita, una di cui dirsi contenti, “bisogna per forza avere qualche cosa da fare, ma che non sia troppo facile; oppure qualche cosa da desiderare, ma non un desiderio così per aria, qualche cosa che uno abbia la speranza di arrivarci”.
 
Con “Come si fanno le cose” Bortoluzzi approda alla Marsilio dopo gli esordi alla Biblioteca dell’Immagine, che si conferma palestra di bravi narratori; l’autore bellunese lascia simbolicamente la montagna che aveva regnato incontrastata e durissima nei suoi libri precedenti, “Paesi alti”, “Cronache dalla valle”, “Vita e morte della montagna” per scendere un poco di altitudine: e nel contempo barattare un po’ dell’epos delle rocce dell’Alpago e dei boschi del Cansiglio con l’umorismo inevitabile che sgorga dalla disavventura agra degli operai moderni. Il “colpo” congegnato dai banditi amatoriali Massimo e Valentino ricorda, nella sua sconclusionatezza, certe commedie inglesi fatte di provincia e di innocenti evasioni, di bravi e addormentati cittadini che architettano un’allegra rivolta, un po’ “Svegliati Ned” un po’ “L’erba di Grace”. Ancora di più, forse, “La parte degli angeli” di Ken Loach, con il grande colpo alla distilleria di whisky. Finirà come nel film? Non lo diciamo. Ma sorridiamo di fronte a considerazioni che valgono in Veneto come in molti altri rugginosi angoli d’Italia: “Anch’io pensavo che una delle ultime fabbriche di filati made in Italy non poteva resistere a lungo. Non era più come continuavano a raccontarcela alle assemblee di fabbrica: ‘Facciamo un prodotto d’alta gamma e qualità, senza contare il prestigio mondiale del marchio FD…’ Anche se le mutande della regina d’Inghilterra fossero state fatte con il cotone pettinato della Filati Dolomiti, il nostro destino era segnato”.
 
Francesco Chiamulera
 
 
(Corriere del Veneto, 23 maggio 2019)