Da Nabokov a Parise, tutti gli scrittori che si sono dati appuntamento a Cortina d'Ampezzo

Ci sono almeno due modi di viaggiare. Si può girare il mondo, per scoprirlo a volte “monotono e piccino”, come scriveva Baudelaire. Oppure si può restare fermi più o meno nello stesso punto, e scavare nel tempo, nel piccolo recinto del proprio vicinato, per scoprirvi un’infinità di storie. Davvero era difficile immaginare che ne trovasse così tante, nel corto raggio delle Dolomiti, l’editore bolognese Elleboro, quando ha realizzato la guida “Cortina. Dicono di lei”, che rivela in oltre trecento fitte pagine una letteratura imponente, forse sconosciuta anche agli intenditori. E che va ben al di là del “solo” Hemingway, che la Regina delle Dolomiti ha così tanto comunicato e che pure troneggia coi suoi Bloody Mary sorseggiati in successione al Posta con la Pivano nelle serate dei primi anni Cinquanta. E va anche oltre i celebrati autori di queste montagne, dalle odi al Pelmo e all’Antelao di Carducci a D’Annunzio, dalla scrittrice partigiana Giovanna Zangrandi a Rudyard Kipling che nel 1917 cammina per Cortina e volge l’occhio critico agli alberghi art nouveau costruiti dagli austriaci, “uno più brutto dell’altro”. A Comisso e Saviane sul Lago di Alleghe, Buzzati e Paolini e Rumiz sul Vajont.
 
 
Si scoprono per esempio i resoconti dal fronte di un giovane Luigi Barzini, “un silenzio assoluto stagnava nella gola del Falzarego. Ci pareva di dominare il paesaggio grandioso e strano di un pianeta morto”, e perfino quelli di Arthur Conan Doyle e di H.G. Wells. Tutti, o quasi, a Cortina sanno che quassù passeggiava Montanelli, in molti ricordano che Comisso, Zanzotto, Mario Luzi e Milena Milani si ritrovavano intorno ai canederli rustici della mitica Rachele Padovan, che Moravia aveva passato un anno al Codivilla nel ’24 per curarsi una tubercolosi ossea, che Parise filava sugli sci sotto le Tofane, “allora cominciare a sciare, ascoltando i suoni interni dei propri muscoli, del respiro, dello sguardo e soprattutto il suono della propria energia in espansione, allora, e solo allora e per pochi istanti, si può dire e ripetere e ricordare: ‘Sì, sono e sono stato veramente felice di vivere’”. Meno si sa forse che Saul Bellow la menziona nel suo “A theft” del 1989, che Vladimir Nabokov vi passò giornate serene a caccia di farfalle con la moglie Vera, al Cristallo. “Tutto era allegria e azzurro davanti all’albergo a sei logge”, scriveva, “nella luce radiosa si levavano alberi incorporei. Innumerevoli tracce di sci spiovevano come ombrati capelli sulle spalle dei colli ammantati di neve. E tutt’intorno un gigantesco biancore correva nel cielo, e nel cielo divampava liberamente”. O che Vita Sackville West, amante di Virginia Woolf, vi venne negli anni venti sulle tracce ideali di un’altra inglese anticonformista, Amelia Edwards, “mi hai chiesto di scrivere una storia per te”, scriveva alla compagna, “chiudo gli occhi sul blu delle genziane, sul corallo di Androsace (…). Oggi sono salita sulle nevi eterne e ho trovato crochi giallo brillante, fiori forti che sfidano il ghiaccio e la tempesta; e mi vergognavo davanti al loro coraggio”.
 
 
La guida, compilata da Lorenzo Notte sotto la supervisione di Roberta Scagliarini, incorre anche in qualche piccola amnesia, ed era inevitabile vista la mole di lavoro; non approfondisce i passaggi di Arbasino al Miramonti, oppure casca nella storia della presunta casa di Tiziano a Cortina, una mezza fake news. Ma complessivamente fa un lavoro eccellente, necessario. E succedono magie. Succede che le stesse vette le conosca e le ami un narratore del Duemila che è già un classico, Emmanuel Carrère, che sospira con lo zaino in spalla sulla stessa salita intorno alla Croda da Lago, che solca a Rumerlo la stessa pista innevata di gennaio su cui scese Parise. Succede che a rievocare i timori ancestrali dell’orso sia un veneto “moderno” come il padovano Matteo Righetto. Succede che sia uno scrittore di oggi, Antonio Scurati, a ricordare specchiandosi nel lago di Misurina la poesia di Montale del 1972 “Sorapis, 40 anni fa”, quella che comincia con “Non ho amato mai molto la montagna / e detesto le Alpi”… e si conclude con parole sublimi: “Scoprimmo allora che cos’è l’età. / Non ha nulla a che fare col tempo, è qualcosa / che dice / che ci fa dire siamo qui, è un miracolo / che non si può ripetere. Al confronto / la gioventù è il più vile degl’inganni”.
 
Francesco Chiamulera
 
(Corriere del Veneto, 17 dicembre 2019)