Ecco l'M9, il museo degli italiani. Viaggio in un paese irredimibile e commovente

Sono stato all’M9 di Mestre, e nella primissima sala che apre la visita, nel buio rischiarato dalle installazioni video, mi sono commosso. Non era ancora successo niente, ma mi è bastata un visione, e una percezione ad essa connessa. Sui pannelli di fronte a me, in forma di collage in movimento, si muovevano veloci le seguenti immagini: una manifestazione dei primi anni Settanta in cui alcune donne reggevano un cartello, “il divorzio è progresso civile, non un attacco alla famiglia”; Dino Zoff che alza in trionfo la coppa dei Mondiali 1982; un uomo con dei bei baffoni e il naso camuso, forse marocchino, che stringe un tricolore; Pier Paolo Pasolini dietro a una macchina da presa; un fotogramma in bianco e nero del Giro d’Italia; studenti che sostengono un esame con un vocabolario della lingua italiana poggiato sul banco; una vecchia veduta dall’alto di piazza San Marco.
 
 
Ho pensato, forse per la prima volta, a una cosa che suonava più o meno così: “ecco dove siamo arrivati, dopo tanta strada”. Mi sono sentito chiamato in causa, attraverso un arco di bellezza di almeno ottant’anni di storia. Se non era un sussulto di patriottismo latente, ci assomigliava molto. Mi ha fatto pensare che in Italia, da Marinetti a Montale, da Verdi a Ungaretti, il sentimento di appartenenza passa spesso attraverso un’esperienza estetica, come se fosse quello il solo vettore emotivo possibile, in un Paese altrimenti così disilluso e in fondo irredimibile. Ho proseguito, mentre la luce diagonale delle finestre che incorniciavano prosaicamente Mestre restava alle mie spalle, e il museo del Novecento cominciava su di me il suo racconto. “Si chiama M9, un nome un po’ freddo e respingente”, mi aveva avvertito un amico, “eppure è il museo degli italiani, forse avrebbero dovuto chiamarlo così”. Effettivamente, prima che cominciassi il giro delle otto sezioni articolato su due piani ho sostato in uno spazio incorniciato da schermi concavi su cui comparivano tre ideali e distinti gruppi di connazionali: gli italiani dell’Ottocento cioè dei tempi dell’unificazione, nelle loro vesti rurali e nei volti severi; quelli del 1961, cent’anni dopo, accanto alla immancabile Cinquecento simbolo del boom economico; quelli di oggi. Erano persone comuni, con il nome e il cognome e la professione, Giovanni Ferraro farmacista, Silvio Rossi operaio specializzato, Monica Alberti parrucchiera. Mi hanno introdotto allo scopo e alla funzione che i realizzatori dell’M9 hanno voluto proporre, che è innanzitutto documentario, il che è quasi ovvio trattandosi di un museo, ma per essere più precisi è documentario statistico: non celebrativo né retorico, proprio numerico.
 
 
Gli italiani sono, tra i popoli occidentali, uno di quelli che ha meno coscienza esatta di sé: non conoscono le cifre, le dimensioni fisiche dei fenomeni che li riguardano. Ci sono popoli che migrano in Italia, ok, ma quali e quanti sono? In realtà non lo sappiamo così bene, pensiamo ancora che gli albanesi e i rumeni siano dediti prevalentemente ad assaltare villette isolate. A proposito, quanti erano gli immigrati vent’anni fa rispetto ad oggi? E gli italiani invecchiano, certo, ma a che tasso annuale? Viviamo sempre più nelle città rispetto alle campagne, ma in quale proporzione? È vero che i lavoratori manuali sono più alti e robusti degli studenti? Quanti furono i veneti che andarono in Brasile nella prima parte del Novecento? E i napoletani negli Stati Uniti, prima che in America si introducessero le quote? La crisi del 2007 ha colpito duro, si sa, ma quanto? Chi ne è stato risparmiato? E chi si è arricchito? L’M9 ha previsto questi e altri quesiti, che ne costellano tutto il percorso; è un museo fatto di domande, domande esplicite a cui si cerca di dare risposte attraverso numeri e dati. La maggior parte di questi sono più o meno noti a chi abbia compiuto studi storici o politici o che legga quotidianamente i giornali, magari qualche saggio, Pinker, Harari, Mishra, ma quanti di noi corrispondono a una di queste categorie, onestamente? Quanti siamo rimasti a leggere i quotidiani tutti i giorni?
 
 
L’altra caratteristica dell’M9, anzi la caratteristica su cui tutta la comunicazione ufficiale si è concentrata soprattutto, è l’interattività. Qui è più difficile riuscire a commuovermi: il museo interattivo-tecnologico è un’idea ormai consolidata, va benissimo che si sia fatto e che lo si sia fatto complessivamente molto bene, certo io personalmente mi stufo presto di agitare braccia nel buio, di muovere leve, di indicare con un dito un punto luminoso e vederlo cambiare colore per rivelarmi schede e filmati, eppure comprendo che questo sia strategico nel coinvolgere le persone e probabilmente anche me stesso. Nella sezione “Consumi, costumi e stili di vita” dei visori 3D consentono se indossati di immergersi nella stessa cucina italiana in quattro epoche diverse - 1910, 1930, 1950, 1980 - e di aprire armadietti e ante di frigoriferi. C’è anche una serie di schermi dedicata ai bagni, in cui approfondire la storia del bidet (un orgoglio nazionale) e la data di arrivo dei primi shampoo in polvere. Poco più in là, si radunano in scaffali i cimeli del modernariato, dalla prima macchina da scrivere Olivetti a un bel telefono rosso a rotella (erroneamente collocato nella decade 1930, mentre ha un’aria decisamente più nuova, sicuramente postbellica). Una volta (per buona parte del Novecento appunto), queste cose erano considerate frivole e futili rispetto allo studio della Grande Storia, delle battaglie e degli statisti; per fortuna non è più così. Nella sezione “Economia, lavoro, produzione, benessere” si può scegliere tra una decina di cilindri di acrilico simili a dei posacenere: ciascuno ha un simbolo - una scarpa, un occhiale, una fisarmonica -, se appoggiato in uno spazio centrale accende sullo schermo una scheda dedicata al relativo distretto industriale interessato, da Ivrea alla Riviera del Brenta, dal Cadore alle Marche (noto con impulso crudele da copywriter che l’area del Feltrino è diventata “il paese di Feltrino”). In quella “Paesaggi e insediamenti urbani” viene ricordato che le bonifiche non le aveva fatte solo il Duce, come credono ancora molti connazionali. La vicenda migratoria italiana (la strage di Marcinelle, i meridionali a Milano e Torino nel dopoguerra) viene accostata alle storie dei bangladesi a Mestre negli anni Duemila. Accanto, un video rimanda la figura diafana di Paolo VI, le sue parole struggenti e nobili nell’omelia per Aldo Moro…
 
 
Qui, nella sezione storica, la mia visita ha compimento, leggo le didascalie con interesse particolare, cerco di comprendere lo sforzo difficile di sintesi che deve essere costato ai curatori, parlare ad una signora anziana e a uno studente di un istituto professionale, ad un lavoratore manuale e ad un nuovo italiano, di origine magari pakistana o bulgara. E mi succede una cosa strana. Le stesse espressioni che pochi anni fa trovavo scontate, banali, quasi pedanti, che accendevano in me l’allegro impeto di una rivolta contro il politicamente corretto, mi suonano improvvisamente importanti, preziose, sorprendentemente eloquenti. “L’immigrazione è una risorsa per pagare le prossime pensioni”. “L’Italia fascista promosse la persecuzione razziale”. “Il gap tra ricchi e poveri ha ripreso a crescere”. “Le vaccinazioni salvarono le vite di milioni di italiani”. Qualcosa è successo: ciò che era ovvio è diventato oggetto di contesa, di divisione, di scontro. E il museo mi sembra meno un rito stanco e più un’imprevista necessità, una meritoria luce accesa nelle tenebre. Ma basterà? Serviranno questi dati a raggiungere altri italiani, a contrastare nei visitatori la forza maligna delle convinzioni incrollabili, dello stereotipo e dell’abitudine pigra? Della superstizione? L’Encyclopédie settecentesca era nata con questo scopo, agire sul mondo “come un bagno di purificazione morale” (Alfred North Whitehead). Esco dall’M9 con addosso un ambiguo senso di speranza e di angoscia repressa, in una Mestre serale silenziosa e ordinata, il Novecento è finito, non c’è dubbio, è finito persino il suo rumore di fondo, costante e familiare, nelle vie e nelle piazze. Vorrei portarlo via con me quando varco l’uscita del museo. Ma non è possibile.
 
Francesco Chiamulera