Ferdinando Camon: scrivere è più di vivere

“Scrivere è più di vivere” dice Ferdinando Camon attraverso il titolo del suo ultimo libro pubblicato da Guanda. Un testo che raccoglie molti degli interventi dello scrittore padovano su Facebook. E che parla con la sua voce peculiare: asciutta, veloce, impetuosa, di una schiettezza ruvida e onesta. Che si sia d’accordo con lui oppure no. Capace di rimproverare le posizioni di Grillo sulla sindrome di Asperger come l’ignavia dell’opinione pubblica su migranti e corruzione, l’autore di Un altare per la madre e La malattia chiamata uomo resta al suo posto mentre il mondo intorno a lui si avvita in mille giravolte.
 
Ferdinando Camon, su Facebook scrive post che in pochi minuti raggiungono le quattrocento condivisioni. Ma i social non sono riduttivi per il mestiere di scrittore?
 
“Sono laureato in lettere classiche. E ho sempre nella memoria il consiglio del poeta: rem tene, verba sequentur. Se possiedi l’argomento le parole vengono spontanee”.
 
Di Bertolucci ha detto: per lui i film e i libri erano più importanti della vita, per me no.
 
“Bertolucci era un carissimo amico. Ha inserito in Novecento una scena ricavata da un mio libro: i contadini che attaccano un pesce abbrustolito a una trave e lo intingono nella polenta. Gli sono grato. Ma non mi è piaciuto il modo in cui ha trattato Maria Schneider. In “Ultimo Tango a Parigi”, nella scena in cui Marlon Brando sodomizza Maria Schneider usando il burro, Maria non era stata avvertita, e ne soffrì per il resto della vita. Poi si diede alla droga e morì”.
 
Ma la scena dello stupro era nota alla Schneider prima di girarla. Ed è ovviamente una finzione.
 
“Il problema resta: Bertolucci non si curò di lei. La usò. Ma gli esseri umani non si usano. Un’opera d’arte non vale una vita”.
 
 
Ha raccontato: “volevo insegnare a Padova ma la mafia accademica me l'ha impedito”. Cos’è successo?
 
“Il problema è questo: un conto è l’università che avendo un concorso aperto privilegia un candidato attribuendogli un profilo iperbolico, penalizzando altri; è un’operazione in malafede, ma è legale; altra cosa è quanto ha fatto l’Università di Padova con me, adottando una delibera che il Senato accademico aveva definito illegittima. L’università è andata contro la legge. Ancora di più ci sono rimasto male quando ho scoperto che a Roma, al ministero, avevano un altro verbale, falso. Non me l’aspettavo. Avevo un’idea legalitaria dello Stato”.
 
Dalla vicenda Galan apprendiamo che erano molti gli imprenditori veneti che portavano all’estero i propri soldi. Anche in questo caso resta deluso dal sistema?
 
“La corruzione esiste dove sono corrotte le leggi. Dove c’è esportazione fiscale all’estero c’è un sistema corrotto che lo consente. Abbiamo un presidente della commissione UE, Juncker, che ha operato per anni nel suo stato, il Lussemburgo, che era un paradiso fiscale. Penso che i paradisi fiscali debbano smettere di esistere. Poi, è ovvio, la colpa è anche degli imprenditori che ne hanno approfittato”.
 
È di questi giorni il manifesto di Limena, centocinquanta cristiani veneti che accusano la Chiesa veneta di essere ripiegata su sé stessa e di non prendere posizione sui migranti. Che ne pensa?
 
“La posizione della Chiesa, di tutta la Chiesa italiana, sui migranti, più che silenziosa è urlata; il giornale dei vescovi, Avvenire, ha le idee più spinte e coraggiose sui migranti di quasi tutto il resto della stampa. Non capisco la critica. Bergoglio è un teorico della facoltà di migrare”.
 
Gli immigrati ci invadono?
 
“Certo che no. Non tutti scappano dalla guerra. Ma tutti, tutti scappano dalla fame, dalla miseria, dall’arretratezza. Da una vita senza senso. Vengono in cerca di vita, non vengono per invaderci. La maggioranza di loro non sa fare un lavoro, e questo è un problema. Una volta ho parlato con un bagnino marocchino. Gli ho detto: cerco invano un falegname, un fabbro, un idraulico. Perché i tuoi amici marocchini non sanno fare un lavoro manuale? Mi rispose: non sanno neanche cos’è un martello, i miei amici. Vorrei fondare un istituto professionale. Assumerei solo dei marocchini, dei tunisini, per insegnare lavori manuali. Riceverebbero chiamate ininterrotte. Farebbero una barca di soldi e anche io”.
 
Che ne pensa del forum sulla famiglia di Verona?
 
“La penso come il Papa: nella sostanza avevano ragione, nel tono, nella misura e nel comportamento avevano torto. Circola la notizia di un bambino con tre genitori: un insulto alla natura e anche a Freud. Non avevamo bisogno di Io, superIo e Es?”
 
Non manca un po’ di pietas cristiana in questo commento? L’adozione esiste fin dall’inizio dei tempi, come atto di generosità reciproca: io regalo la vita biologica, tu regali il tuo mestiere di genitore per me che non posso farlo. E la famiglia perfetta non esiste.
 
“Contesto questo ragionamento. Il bambino ha intimamente bisogno di una madre che insegni gli affetti relazionali e di un padre che insegni i rapporti verticali. Con due madri o due padri cresce con una incompletezza nella sua formazione. Gli si fa un danno. Sono contrario alla normalizzazione di tutto questo”.
 
A proposito. Putin è un leader per la cristianità? Ci ritroveremo tutti più ortodossi?
 
“Il cristianesimo dovrebbe ritrovare l’unità, anche al prezzo di rinunciare al primato di Roma”.
 
Prego?
 
“Se il prezzo per la riunificazione di cattolici, ortodossi e luterani è che la figura del Papa venga messa in discussione, credo che lo si debba pagare”.
 
Secondo i sondaggi ormai gli elettori leghisti si sentono più italiani di tutti gli altri. Che fine fa l’autonomia?
 
“Il Veneto autonomo è per me oggetto di dolore. Una volta sono andato a un convegno a Oderzo e ho fatto un discorso: l’autonomia regionale, ho detto, è incostituzionale, impossibile e dannosa. Il resto dell’Italia compra i nostri prodotti, vogliamo davvero farci del male? Si alza un signore, con in mano il mio primo libro, ‘Il quinto Stato’: mi dice, scrittore, non capisce che se nasce il Veneto indipendente, lei diventa il nostro Omero? Ecco, resto contrario alla secessione. Ma nei momenti di crisi ci faccio un pensiero”.
 
Francesco Chiamulera
("Corriere del Veneto" 16 aprile 2019)