Olivier Guez: il Brasile del calcio e della samba ha le cicatrici dello schiavismo

“Così nasce il dribbling in Brasile. Astuzia e tecnica di sopravvivenza dei primi giocatori di colore, il dribbling evita loro ogni contatto con i difensori bianchi. Il giocatore nero che serpeggia e ancheggia non verrà pestato né in campo né dagli spettatori a fine partita; nessuno lo agguanterà; il dribbling può salvargli la pelle”. Ci volevano lo sguardo acutissimo, la curiosità, l’arte della divagazione da vero flaneur di Olivier Guez per ricostruire l’origine imprevedibile della finta. “Essenza del Brasile”, spiega lo scrittore francese: quel movimento d’anca così emozionante e sensuale, parente vicino della samba e della capoeira cioè la lotta di strada, è stato all’inizio una strategia di pura sopravvivenza: in una nazione dominata da bianchi insicuri e aggressivi, un modo per i primi formidabili giocatori neri e mulatti di non venire picchiati a fine partita. Né più né meno. Guez, viaggiatore instancabile, si è divertito a raccontare questo e altro in un piccolo saggio impregnato di passione viscerale per il calcio, “Elogio della finta” (Neri Pozza), in libreria da giovedì, che lo ha portato in Sudamerica con scopi radicalmente diversi da quelli che ce lo avevano condotto in un altro libro che è stato un successo internazionale, “La scomparsa di Josef Mengele”: lì, l’oscuro nascondersi di un mostro del genocidio, qui una languida bossa nova tra i carioca multicolori, le epopee dei Pelè, dei Garrincha, dei Friendereich e dei Santana.
 
Guez, il calcio è icona del Brasile, ma invenzione degli inglesi. Come si passa dal rigido e noioso “kick and rush”, il passaggio lungo, il gioco aereo britannico, al “joga bonito”, l’irriverenza e le improvvisazioni individuali che sono icona del Brasile?
 
“In partenza, in Inghilterra, il calcio è uno sport popolare. Le classi aristocratiche giocano semmai a rugby o a cricket. Il calcio viceversa nasce con l’intento delle classi dirigenti vittoriane di evitare che gli operai bevano. E dunque li si fa giocare. Gli inglesi, che al tempo sono molto presenti in Sud America, importano lo sport nella società brasiliana. Le élite brasiliane guardano all’Europa: si considerano una nazione europea. Quindi adottano tutto quello che fanno gli inglesi. Per fare del calcio non c’è bisogno praticamente di nulla: non servono strumenti tecnici costosi o grosse strutture, basta un pallone, delle scarpette, un campo”. 
 
Per una nazione ex schiavista accettare giocatori di colore è un salto difficile.
 
“Succede tutto all’inizio degli anni Venti. La società brasiliana all’inizio del Novecento è attraversata da spinte contrastanti. Le élite possono guardare all’Europa quanto vogliono, ma la realtà è che la popolazione brasiliana è molto più scura e meticcia di quella europea, questo è evidente. Presto si pone la questione della composizione della squadra di calcio brasiliana, che già al tempo è in forte competizione con gli altri paesi sudamericani, soprattutto Uruguay e Argentina. Arthur Friedenreich è la star dell’epoca, la prima leggenda del calcio brasiliano, il marcatore più prolifico della storia: 1329 goal. Una tigre, ‘El Tigre’, come viene chiamato. È un mulatto dagli occhi verdi. Ha la pelle chiara come quella di suo padre, tedesco, ma la capigliatura crespa tradisce il sangue nero della madre”.
 
Metà bianco e metà nero. Come il Brasile dell’epoca.
 
“Mentre ci si chiede se si debbano finalmente far entrare i giocatori di colore nelle squadre di calcio, la domanda si pone a livello filosofico. Che cos’è il Brasile? È la bella storia bianca che ci si è raccontati finora o la mescolanza di razze, portoghesi, indiani, l’enorme quantità di schiavi liberati di origine africana? Così si arriva al 1923. L’anno in cui il Vasco da Gama, club dei piccoli commercianti di Rio, vince il campionato: in squadra ci sono tre neri e un meticcio. Una rivoluzione”.
 
 
“Embaixadinha”, “foca”, “drible da vaca”, “filp flap”. Dove l’ha imparato il fantastico glossario del calcio di strada che sfoggia nel libro?
 
“Quanto vorrei rispondere che sono cresciuto a Rio, che l’ho appreso giocando per strada… Ma no, sono nato a Strasburgo. E per le vie di una città alsaziana non si sentono quelle parole. Per preparare il libro sono stato un mese a Rio. È stato come in un sogno: non ho incontrato altro che calciatori, ho fatto un’immersione totale nel calcio di strada. Sono stato a vedere giocare giovani e vecchi, nelle vie, sulle spiagge, nei quartieri di Flamengo e di Botafogo. E ho scoperto che in Brasile non ci sono due o tre termini per definire le azioni, come da noi: ce ne sono a migliaia”.
 
Uno su tutti?
 
“La pedalada, serie di doppi passi intorno e al di sopra della palla, ferma davanti al dribblatore. Forse a inventarla non è stato Robinho, come sostengono in Brasile, però l’ha perfezionata e a volte ne abusa. Ronaldinho è un maestro della pedalada”.
 
Il libro comincia con la leggenda di Garrincha, lo scricciolo, il piccolo genio, “alegria do povo”. Ma le confessa che il suo primo amore fu un altro: Telê Santana, mondiali 1982. Quando l’Italia sconfisse il Brasile 3 a 2.
 
“Avevo otto anni. È stata la prima coppa del mondo che ho seguito nel dettaglio. Una cosa straordinaria. La Francia schierava una squadra formidabile, probabilmente la migliore di sempre, in termini di qualità di gioco. Ma quello che mi impressionò di più, anche a un livello puramente estetico, fu la squadra di Santana. Zico, Cerezo, Falcao, Socrates… Era un Brasile meraviglioso. E l’Italia, ebbene sì, lo uccise. Il gruppo Italia - Brasile - Argentina era pazzesco, esagerato, a un livello calcistico altissimo. Se si pensa che intanto la Francia affrontava Austria e Irlanda del Nord… Sì, il Brasile di Santana mi è rimasto nel cuore. Probabilmente era una squadra migliore, a livello tecnico, persino del Brasile mondiale del 1970, quello di Pelè e di Carlos Alberto”.
 
L’Italia e il Brasile sono icone assolute del calcio del Novecento, ma ultimamente ai Mondiali hanno fatto un po’ fatica. È il segno che sulla scena sportiva si affacciano nuove nazioni?
 
“Non me la sento di dare un giudizio così definitivo. Certo, il Brasile ai mondiali del 2018 è stato eliminato ai quarti di finale dal Belgio, un vero peccato. Quanto all’Italia, che aveva fatto degli ottimi Europei 2016 (ricordo la partita con la Spagna, un’eccellente controllo del campo, un gioco completo, impeccabile), è vero che nel 2018 ha mancato di qualificarsi. Ma le cose cambiano a velocità incredibile. È troppo presto per dire che questa o quella nazionale è finita. L’Olanda, dopo avere mancato le qualificazioni, è tornata in campo con una squadra molto forte. Il problema, semmai, con il Sudamerica, sono le federazioni sportive. Che restano estremamente corrotte. E molti giocatori sudamericani finiscono col portare i propri talenti nelle squadre europee”.
 
Nel suo libro si parla del meraviglioso meticciato del Brasile, da de Andrade a Freyre. Con il nuovo presidente Jair Bolsonaro il Brasile di oggi sta tornando indietro, al sogno della nazione bianca?
 
“Sono convinto che quando una società, sia essa il Brasile o anche gli Stati Uniti, è stata schiavista per secoli, lo schiavismo permane nel suo organismo come un veleno. Lo puoi abolire per legge ma esso dura per generazioni: i bianchi mantengono delle attitudini razziste più o meno consapevoli, i neri restano in una posizione di sottomissione. Il Brasile porta la cicatrice dello schiavismo: un presidente nero non vi è mai stato eletto, Bolsonaro è a sua volta il prodotto di una crisi di lunga data. Se riuscirà a trasformare il Brasile come ha promesso, questo non lo so. Certo, la sua visione politica è inquietante, contiene un’apologia della dittatura e il ritorno all’uomo forte. È spaventoso”.
 
Francesco Chiamulera
 
 
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L’incontro con Olivier Guez, autore di “Elogio della finta” (Neri Pozza), anticipa la XX Edizione di Una Montagna di Libri, festival internazionale della letteratura di Cortina d’Ampezzo. La conversazione con Guez si terrà venerdì 31 maggio, alle ore 19, presso l’Agenzia del Contemporaneo di Milano, Via Durini 24. Con Guez intervengono Francesco Chiamulera e Cristiano Seganfreddo. Una Montagna di Libri prosegue poi nelle Dolomiti per tutta l’estate: a luglio e agosto, oltre quaranta incontri con autori di tutto il mondo, tra le montagne di Cortina. La rassegna compie dieci anni, nel segno di romanzi, arte, musica, giornalismo. Informazioni: www.unamontagnadilibri.it .