Tiziano, Giorgione, Manuzio, Erasmo: quando Venezia era una superpotenza

«È nato un signore al mondo», così si diceva nella Venezia delle damine e dei cicisbei, degli ori e delle porpore, quando una nobildonna dava alla luce un maschio. E quel signore era davvero il concentrato della civiltà che l’Occidente cristiano dell’epoca poteva concepire, nei modi e nei costumi, nello stile di vita e nelle possibilità, nei vasti possedimenti di terra e nello sguardo marino, acquatico, volto all’Adriatico e al Levante. Sì, perché “il patrizio incarna lo stato, è lo stato stesso”, nota Alessandro Marzo Magno, dedito al ritratto degli anni migliori della Serenissima, nel suo libro “La splendida. Venezia 1499-1509” (Laterza). Scrittore e giornalista, Marzo Magno di solito scrive con taglio diacronico, raccontando di volta in volta la moda nei secoli, l’evoluzione del denaro e del conio, il mutare della gastronomia. Stavolta fa un’operazione opposta: prende undici anni, undici soli piccoli anni, e li viviseziona con minuzia chirurgica, ne fa un diario quasi quotidiano.
 
1499-1509: perché proprio quel decennio, si dirà, nella storia più che millenaria di una Repubblica che di sé stessa amava dire di avere superato la durata di Roma e di Atene (presa per buona la leggendaria fondazione del 421)? Perché in quel pugno d’anni Venezia segna un fantastico, concitato apogeo, dice Marzo Magno, una concentrazione pazzesca di avvenimenti sincronici quasi in ogni campo: “Giorgione dipinge la Tempesta; esordisce Tiziano; muore Gentile Bellini; si devia il fiume Brenta; si inaugurano monumenti, come la torre dell’Orologio; brucia il fondaco dei Tedeschi che in tre anni viene ricostruito; Manuzio pubblica il primo libro tascabile della storia e Petrucci il primo libro musicale a caratteri mobili; i portoghesi circumnavigano l’Africa e rompono il monopolio veneziano nel commercio delle spezie; nel Maggior consiglio i patrizi votano utilizzando un’urna chiusa – la prima che si conosca – e, quando vogliono farsi eleggere, si accordano nel broglio; si ha per la prima volta notizia di un’asta di opere d’arte; vengono a Venezia il pittore Albrecht Dürer, il filosofo Erasmo da Rotterdam e, seppur fugacemente, Leonardo da Vinci”, e così via. Incredibile, ma non c’è solo questo.
 
 
Il fatto è che in quel fugace climax, proprio mentre si fa notare in mezzo mondo, Venezia si prende anche alcune batoste militari fortissime, che rischiano di farla scomparire dal globo: Zonchio, contro gli ottomani, e poi Agnadello, per terra, e Polesella, per acqua, contro i francesi. Insomma il Dogado per quanto dorato si rivela esile e sottile (e come scriveva Braudel c’è anche una sfida tecnologica e di visione: fare navi che vadano per l’alto mare aperto, cioè per l’oceano, passare dalla forma mentis mediterranea a quella atlantica), e allora sceglie il prestigio anziché la forza, da minacciosa ed espansiva potenza militare si trasforma in elegantissima e luminosa patria delle arti e della joie de vivre. Dal ferro all’oro, l’antitesi è nota e antica - Giorgio Ruffolo aveva scritto del ferro di Roma e dell’oro dei mercanti per rappresentare l’avvicendarsi dell’impero romano e dei comuni medievali - ma qui Marzo Magno riesce a imbrigliarla in soli undici anni: piccolo taglio se paragonato alle grandi e articolate storie di Venezia di Zorzi, Calimani, Lane, agli atlanti della Serenissima realizzati da Beppe Gullino, ma di grande efficacia narrativa e assai pertinente a raccontare una storia che non è solo di Venezia.
 
Infatti, mentre in Laguna cominciava “una decadenza dorata che durerà ben tre secoli: solo uno stato tanto ricco e sicuro di sé poteva deteriorarsi con simile magnificente lentezza”, quell’inizio Cinquecento è anche il momento in cui non si dà, nella penisola italiana, la possibilità di un’unità politica, embrione dello Stato moderno, come avviene invece in Francia, Spagna e Inghilterra. Per punire la hybris della Serenissima si apre la porta alle potenze straniere. Muore la potenza veneziana, nasce l’arcitaliano motto “Franza o Spagna purché si magna”. La storia attenderà, e saranno più di trecento anni.
 
Francesco Chiamulera
 
 
(Corriere del Veneto, 3 ottobre 2019)